Violenza chiama sempre violenza

Cittadini sempre più esasperati richiedono sempre di più un intervento in difesa della loro sicurezza personale e della loro incolumità, è giusto che sia così, soprattutto quando le emergenze si sovrappongono ad un altro genere di insicurezza che è quella provocata dalla crisi economica che stiamo vivendo. E qui che inizia la vera lotta fra poveri e si esprime nei modi peggiori. La guerriglia urbana della quale si parla oggi a Livorno e non solo, quella che accade di notte rendendo insicure le nostre strade, ma che accade anche di giorno, forse non qui ma altrove, è il frutto di un imbarbarimento collettivo diffuso nella società che ci fa sentire a nervi scoperti e per questo vulnerabili, pronti a reagire. Ma non accade sempre e la risposta del perché è nota: quando si ha paura, rifugiarsi nel branco è il comportamento più naturale per tutti gli esseri viventi, lo insegnano prima di tutto gli animali che attaccano in gruppo, mentre quando sono soli scappano. Le alzate di scudi sono solitamente scomposte e irrazionali, i capipopolo alzano il tono e mandano avanti quel popolo impaurito che fa parlare la pancia più della testa se si difende un atto violento per quella che sembra una presunta giusta causa. Allora le parole diventano pesanti come il piombo, intrise di odio verbale vomitato con quella rabbia che ricerca compiacimento e ricerca di una platea di consenso. Ma non esiste nessuna giusta causa, non esiste un solo motivo razionale che renda questo o quell’atto meno condannabile degli altri. La violenza resta violenza in quanto tale, e non è mai emendabile. Comunque e dovunque esercitata, non importa il fine. Una violenza non è mai giusta, non produce nulla che non sia paura e sottomissione, mai comprensione o insegnamento. Non accade mai nemmeno con i cani. Il cane prima o poi si rivolterà alla mano violenta del padrone che lo percuote.

E accade ad ogni Donna, ogni Uomo, ogni cane che sia. Se dai del ‘negro’ a qualcuno devi essere consapevole di commettere un reato, non contro Dio, ma contro la società civile intera che ha stabilito l’illegalità di questo gesto. In seconda elementare per una recita mi avevano insegnato una canzone, recitava nel ritornello la frase: ‘ Di che colore è la pelle di Dio’. Noi andavamo fieri di quella frase che ci pareva parlasse di uguaglianza e di accoglienza, ma non capivamo. Molti di noi sono cresciuti così. Forse lì sono rimasti o hanno dimenticato.

Non sapevamo cos’era l’apartheid, cosa erano le leggi razziali e le lotte di religione. Io l’ho capito dopo un po’ studiando e imparando che non è così che funziona in realtà.

Secoli di guerre si sono autoalimentate con prezzi altissimi di morte e devastazione che non hanno modificato gran ché nella percezione del concetto di diversità fra gli uomini per accompagnarlo, giustificandolo spesso con il divino, il concetto di servitù, di sottomissione, di superiorità e di inferiorità.

Ma la domanda è diverso da chi?

Chi decide sulla diversità fra esseri umani?

I filosofi di tutti i tempi si sono ingarbugliati in mille dissertazioni sull’argomento ma non è bastato evidentemente a dare una risposta plausibile, e questo perché in realtà forse una risposta non c’è, ed è solo una questione di potere transitorio, tutti nasciamo, cresciamo, abbiamo un destino e poi democraticamente moriamo, uno ad uno, prima o poi.

Alla pari.

La differenza è tutta nel contesto di nascita, per chi il suo destino non può scriverlo nella parte fondamentale della sua vita che viene decisa altrove, da qualcun altro. Ed è questo ciò che accade quando la storia o la provenienza segnano quella ‘differenza’ e trasformano l’uomo in qualcosa di standardizzato, che non ha nome o cognome e spesso nemmeno volto perché se si muore in mare i pesci e il mare cancellano ogni cosa e non si capisce più quale e se ci sia o meno una storia da raccontare.

Finisce che quel corpo non è mai esistito e la sua storia resterà sepolta lì.

A chi dice ‘restiamo umani’, come fosse una medicina indispensabile per guarire dal male dell’intolleranza e della violenza fra gli uomini, vorrei dire che no, spesso mi vergogno di esserlo.

Simona Ghinassi

Coordinatrice Sinistra Italiana – Federazione di Livorno