L’unità è essenziale così come la credibilità e la coerenza

 

Aver votato sì il 4 dicembre, sarà troppo da dire, ma per me vale come una differenza di sostanza che qualifica, che fa capire a te e agli altri chi sei, e cosa pensi di chi divide il mondo in due parti, una buona che vince ed una cattiva che perde e soccombe.

Cosa ha vinto il 4 dicembre? Un concetto di democrazia che credevamo ormai perduto fra le pieghe dell’egoismo e dell’individualismo di quella matrice liberista che ha invaso e regola ogni minuto della nostra esistenza.

Ha vinto il significato che quella campagna referendaria culminata nel risultato del referendum, ha risvegliato nel cuore di molti che sono tornati a votare e a chiedere di contare ancora un’ultima volta affinché tutto non fosse perduto.

Come fosse il saldo di un ultimo debito per salvare non solo noi stessi, ma un futuro oggi sempre più lontano.

Dentro le urne quel giorno, si è presentato un popolo variegato, multiforme, non rappresentato e non rappresentabile ma con un unico comune denominatore: ‘fare di tutta l’erba un fascio ’ e dichiarare impietosamente la sfiducia nella politica di oggi, la politica che toglie diritti e difende solo chi non avrebbe bisogno di essere difeso e la politica che pare non avere la forza di comprendere che deve cambiare perché ciò che ha fatto non basta.

La Sinistra liquida scomposta e ricomposta più volte non convince più, ma si è rialzata e uno scatto d’orgoglio c’è stato nel momento stesso in cui si è rialzato quel velo dai suoi occhi e in tanti abbiamo cominciato a capire l’emergenza.

E’ stato come svegliarsi da un lungo sonno.

Quella Sinistra era al Teatro Brancaccio dove non bastano i posti per chi vuole entrare, domenica mattina in una Roma assolata ma ancora assopita.

Anna Falcone e Tomaso Montanari hanno suonato la campanella delle 10 con l’inizio di una lezione importante.

La politica di sinistra, anche quella che si fa chiamare così, è in ascolto, anche in prima fila.

Impossibile non imparare qualcosa. Sapevamo già ma l’abbiamo dimenticato per un po’. La maggior parte di noi è nata sapendo di poter contare sulla Costituzione, una rete invisibile, che oggi bisogna continuare a proteggere ridando corpo, ma non sostanza con una difesa ad oltranza che significa pretesa di attuazione. Ricordiamoci però che è così solo perché il 4 dicembre ha vinto il NO, diversamente la lotta sarebbe stata ancora più dura e tutti noi abbiamo compreso perché.

I nostri due ospiti lo sanno meglio di noi.

A scena aperta Anna Falcone parla di un luogo che oggi non c’è e va conquistato, a qualsiasi costo, quasi fosse da guadagnare col sudore e la fatica e si capisce che è così, nessuno ti regala niente se non lotti per averlo. Forse è questo che ci ha spaventato per molto tempo.

Ma ora ci siamo e siamo pronti.

Le parole non vanno misurate, e il linguaggio asciutto impone all’attenzione i passaggi più forti di Tomaso Montanari di un incipit che cita a memoria l’art.3 della Costituzione ed è come uno schiaffo a chi ha disatteso e torturato il testo e i protagonisti nascosti dentro quelle parole. Inizia una lunga cavalcata nella storia recente e tornano a galla più errori di quanti noi possiamo ricordare. Tutto vero, grandi applausi con l’amarezza di sapere che la Sinistra ha delle colpe perché ha smesso di fare la sua parte per diventare forza di Governo e contare. Tony Blair ha insegnato molto bene come si gestisce l’arte del travestimento, la tragedia è che noi abbiamo raccolto la lezione pensando che fosse quella giusta.

Quel ‘signore che seleziona tessere di mosaico ’ per comporre ‘la sinistra che più piace a lui e così poco a noi’ non è seduto in teatro, si risparmia i fischi senza il coraggio di accettare un bagno di umiltà urticante, ma è protagonista invisibile del borbottio che aleggia fino a quando uno spavaldo Gotor, quasi a voler rubare la scena ai padroni di casa, ripete come un disco rotto la parola insieme nel suo intervento tutto giocato sulla partecipazione alla kermesse di Campo Progressista del 1 luglio.

Qualche contestazione serve a dare colore ad una rappresentazione opaca, anche se pur accorata. I fischi ad un invitato non sono mai opportuni, ma forse contengono anche quelli destinati a chi non c’è.

L’humus brulicante della Sinistra che ha deciso di non perdonare gli sgarbi, è attenta e composta ad osservare più che ad ascoltare. C’è qualcuno seduto in prima fila che non muove un muscolo, ascolta e aspetta.

La parola ‘insieme’ recitata da Gotor, resta come una eco nell’aria, resta sospesa ma non modifica la scaletta densissima di contenuti che ribadiscono un solo concetto: la richiesta di un cambiamento che guardi la realtà che ci circonda, la vita, il futuro che oggi non vediamo. Sembra quasi un urlo collettivo che dice alla platea ‘Siamo qui, guardateci e guardatevi’.

Nicola Fratoianni risponde all’appello, pretende chiarezza e rompe gli indugi: alternativi al PD. Snocciola una carrellata di parole che conosciamo tutti e spiega perché la direzione sinistra non potrà mai coincidere con l’ambiguità. Nessuno esclude nessuno ma dobbiamo guardare a sinistra.

Si accettano altre voci, sappiamo che forse non faranno parte dello stesso coro, ma come spesso succede è sulla lunga durata che si misurano i pentimenti. Cambiare opinione è possibile, ma serve anche l’umiltà di ammettere gli errori.

Non credo che aspetteranno in tanti il primo luglio per sapere dove andare e con chi.

I calendari sui territori sono già molto pieni di impegni che cavalcano l’onda del Brancaccio.

C’è la voglia di lavorare a questo progetto e di esserci perché è stata una bella giornata quella al Brancaccio.

Una conferma che si può finalmente toccare perché è visibile ed è rappresentanza tangibile di ciò che sta accadendo e ha già iniziato ad accadere da un po’.

Qui a Livorno è così, e sarà così perché si percepisce sui volti dei militanti il conforto di essere sulla strada giusta ma di sapere che questa volta deve essere la politica ad “inseguire”, non il contrario. Ci mettiamo generosamente e umilmente al servizio e non parleremo di fallimento della politica, bisogna solo dimostrare di essere all’altezza. Prestare quanta più attenzione possibile alla richiesta di chiarezza che ci viene da chi incontreremo quando costruiremo progetto nella società e per la società.

Troppe volte abbiamo tradito un sogno che era alla nostra portata e l’abbiamo sprecato.

Questa è l’ultima chiamata.

Grazie Anna, grazie Tomaso.

Simona Ghinassi

Coordinatrice Sinistra Italiana – Federazione di Livorno

 

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Darsena Europa: un escamotage dietro l’altro per non dire la verità

Sinistra Italiana prende atto dell’ennesimo teatrino riguardo le linee di indirizzo prospettate per la modifica del bando riguardo al progetto faraonico Darsena Europa. Ovvero, la montagna partorisce l’ennesimo topolino. Dalle perplessità passiamo però allo sgomento e alla rabbia per un quadro che si ricompone negli obiettivi durante una lettura attenta fra le righe. Ora è il Ministro Del Rio a dettare il passo, attraverso Corsini, presidente APS. Ci sorge subito una domanda se qualcuno si prenderà le responsabilità per gli errori procedurali e strategici che hanno fatto perdere due anni.

La stesura di un nuovo bando avrà tempi lunghi e ciò servirà a coprire una contrazione evidente del progetto che non lascerà scampo ad equivoci. Non dimentichiamoci che Livorno non rientra nelle vie strategiche commerciali con l’oriente come detto dallo stesso Gentiloni, Presidente del Consiglio, nel recente viaggio in Cina, “promuovendo” Genova e Triste come porti sul quale puntare per queste rotte commerciali escludendo il nostro porto

Nello stesso tempo prendiamo atto dello stupore di Enrico Rossi, Presidente della Regione Toscana. Proprio Rossi che ha cavalcato il progetto Darsena Europa nella sua campagna elettorale del 2015 nelle fila del PD, non si è mai accorto di queste problematiche in questi due anni ? Siamo fortemente preoccupati che il Porto di Livorno possa restare intrappolato nella fissità del quadro attuale senza possibilità di sviluppo, che per noi è prioritario dal punto di vista occupazionale e di rilancio economico di una città.

Speriamo di sbagliarci ma nel frattempo valuteremo anche la possibilità di atti parlamentari per far emergere le responsabilità degli errori e le modalità temporali di realizzazione del bando corretto e dei suoi contenuti.

Simona Ghinassi

Coordinatrice Sinistra Italiana – Federazione di Livorno

 

VITA E MORTE DI UN LAVORATORE AI TEMPI DEL VOUCHER

La parola voucher appartiene da tanto tempo al lessico familiare dei premi commerciali, delle raccolte punti nei supermercati di fiducia dove ogni giorno andiamo a fare una spesa sempre più risicata, sempre più ricca di prezzi al ribasso.
Abbiamo una tesserina fedeltà che ci garantisce un paradiso settimanale, forse un viaggio ai tropici, un set di federe, una batteria di pentole o di piatti che resterà incompleta per l’eternità.
Ma come accade nella raccolta punti, il regalo non si sceglie e non si cambia. Ti accontenti di ciò che ti capita.
Sono punti spesa che non puoi trasformare, devi accontentarti di una piatto che userai per gli avanzi e che resterà solitario in fondo a una credenza.
Oggi quei punti siamo noi.
Siamo l’equivalente di quel piatto in fondo alla credenza, che se si rompe non importa, libera spazio per altri regali ‘che resteranno solitari e scompagnati per l’eternità’.
Il voucher non è moneta.
Il voucher non è nemmeno baratto, perché il baratto ha un fondo di equità compreso fin dall’inizio della pratica arcaica dello scambio.
Il voucher è un premio.
Significa forse che lavorare sia un premio dovuto alla fortuna di aver pescato il numero giusto?
Forse. Oggi trovare un lavoro somiglia sempre di più ad una lotteria a premi, una roulette dove però è sempre il banco a vincere sui diritti di chi lavora.
Quindi, lavorare non è un più diritto.
Per qualcuno, anzi, molti, la Costituzione è carta straccia e anche quell’art.1 conta pochissimo, non importa il primeggiare della posizione nell’indice degli articoli che dovrebbe caratterizzarlo come punto di principio irrinunciabile e di linea che determina tutto il resto del testo.
Chi ha deciso di applicare il metodo voucher alla retribuzione, millantando una semplificazione dovuta alla necessità di fluidità e alla lotta al lavoro nero, stava mentendo.
Chi ha deciso di cambiare il gioco se ne frega della Costituzione, dei diritti e di quelle regole che nella storia hanno fatto dei lavoratori il pilastro fondamentale della democrazia in questo Paese.
E mentire è lo sport più praticato dal Governo Gentiloni-Renzi. Colpire i lavoratori, il secondo.
Accettare per decreto il testo dei quesiti referendari è servito solo a disinnescarne la forza propulsiva del referendum indetto da CGIL.
Alla data fissata per il referendum incompiuto, quasi per festeggiare la vittoria della ragion di Stato sulla ragione di vita e morte dei lavoratori, si inverte la rotta come per sberleffo e quella apparente pietra tombale, viene sollevata per magia con la promessa di un nuovo decreto che ripristini il metodo voucher punendo ancora più fortemente le masse di lavoratori che già aspiravano a veder riconosciuti i loro diritti.
In tutto questo, spiace rilevare che anche a sinistra ci siano voci fuori dal coro, piccoli imprenditori che crescono all’ombra dei voucher e si prodigano in mille difese accampando anche loro un diritto sacrosanto a vedere scontata la loro responsabilità sugli obblighi retributivi di chi lavora per loro.
Il precariato è avvisato, sarà il primo a cadere sotto la scure, con grande soddisfazione di chi nella sinistra radical chic dei salotti, più in odor di centro, che di sinistra avrà soddisfazione a veder rimpinguato il suo portafoglio miserevole.
Per un Sindacato che incautamente si fida, milioni di cittadini non staranno a guardare.
La lotta continuerà, fino a quando l’ultimo voucher non sarà cancellato.

Simona Ghinassi

Coordinatrice Sinistra Italiana – Federazione di Livorno

 

Il 4 dicembre 2016 abbiamo seminato un campo, aiutiamolo a crescere a Sinistra

Questa mattina mi sono svegliata per l’ennesima volta con un pensiero in testa che da giorni non mi da tregua. Un pensiero disordinato forse, mal sorretto da una cronaca politica sincopata e altrettanto disordinata, talmente strumentale da non esser utile nemmeno per soddisfare il senso critico di chi legge.
Da dirigente locale di Sinistra Italiana mi costringo a scrivere nella speranza di ordinare le idee e trovare un’interpretazione che chiarisca con metodo lo scenario politico in evoluzione nelle ultime ore.
Mi chiedo, è più importante governare o tenere fede ad una promessa?
Poi, le due cose sono in contraddizione oppure no?
Governare significa contare, avere facoltà, amministrare il potere di decidere per noi e per gli altri. Ma qual è il prezzo?
Non deve esserci un prezzo da pagare, serve solo l’onestà di non chiederlo a nessuno o pretenderlo. In uno Stato democratico e civile esistono regole da rispettare per tutti, noi abbiamo la fortuna di avere la Costituzione che ci segna una via, basta quella come faro e non servono adeguamenti perché i principi fondanti sono sempre validi, anche dopo settant’anni.
Forse chi voleva cambiarla il 4 dicembre aveva capito che le regole o sono troppo difficili da praticare o troppo difficili da eludere quindi era bene modificarne le parti più scomode. Il Presidente del Consiglio sbandierava l’Apocalisse se avesse vinto il NO, eppure nonostante tutto, il PD è ancora saldamente al comando, ora agitando alternativamente il fardello della crisi per piegare e restringere il campo dei diritti, ora largheggiando su se stesso e sui successi internazionali di un Governo completamente supino alle leggi della globalizzazione.
Con questi presupposti, ci stiamo avvicinando di gran carriera alle elezioni, prima amministrative e poi politiche.
Per una volta le aperture, gli interlocutori dobbiamo essere noi a sceglierli. Quel ‘mai con il PD’ ci risuona nelle orecchie come un mantra, ma per alcuni assomiglia più al richiamo delle sirene. E il richiamo è sempre più forte mano a mano che localmente si avvicinano le elezioni amministrative e vediamo così comparire liste che assomigliano a mostri a sette teste che nascondono matrimoni in controtendenza rispetto alla linea del partito.
Inutili alchimie.
Servirebbe prendere atto, correggere ciò che serve affinché gli interessi personali non contino più della fedeltà ad un’idea, quindi servirebbe correre ai ripari e isolare questi episodi affinché non si palesino come precedenti avvallati e da avvallare in futuro.
Una mela marcia non può far marcire tutto il cesto.
Naturalmente, ciò che accade a livello locale è pericolosamente vicino per altri aspetti, a ciò che potrebbe conclamarsi a livello nazionale. Quel 5% che garantisce l’ingresso in Paradiso, viene vissuto dai più come fossimo in un girone infernale.
Serve chiarezza.
C’è chi dice che siamo rancorosi? Non lo siamo, così come non siamo figli di un Dio minore. Per questo è sbagliato pretendere di dettare l’agenda altrui così come non è accettabile farsela dettare supinamente per poter aspirare ad un posto in prima fila.
Se c’è un’apertura su un dialogo possibile nel variegato universo della sinistra che si muove in questo momento fuori dal PD, ognuno dovrà fare la sua parte, non con lo scopo di soppesare col bilancino quote di peso e spartire il numero di assessori in una giunta o pensare alle grandi ammucchiate elettorali con i soliti noti nominati capo lista bloccati alle politiche.
Ben venga il progetto di una sinistra unita e solidale, ma serve decidere davvero una linea condivisa sulle azioni pratiche e realizzabili per la lotta comune al neoliberismo che ha poco a che fare con il linguaggio dei salotti, dove imperano meravigliose teorie che non hanno mai espresso nessun impegno fuori dalle sacre stanze. La pseudo sinistra radical chic che aspira oggi al ritorno del modello ormai logoro del Centro Sinistra e che ha rimpicciolito il cuore della sinistra per potersi sedere a tavola, è nata e si è sviluppata proprio qui, nei salotti e non nelle fabbriche, quindi sarebbe utile ricordarlo a qualche smemorato opportunista.
Fuori dalle sacre stanze ci sono i soliti a pagare, ‘quelli delle fabbriche’, quelli pagati con i voucher, quelli che non accettano che il loro lavoro sia regolato dal Jobs act, quelli che vivono con la miseria che li rincorre. Quelli che appartengono ad una classe sociale che non esiste più e che sono diventati quasi invisibili, ma che hanno nome, padre e madre e non hanno dimenticato cosa significa la parola sinistra perché la praticano ogni giorno senza tessera in tasca.
Dobbiamo chiedere a loro di prestarci i loro volti e la loro voce per essere credibili di fronte a chi vorremo scegliesse di camminare al nostro fianco per dare forza ad un progetto politico che abbia testa e cuore. Sono quelli i volti che rappresentano la sinistra e non altri.
Il vero polso della società a oggi non rappresentata da nessuno.
Quella è la maggioranza che ha deciso di non essere più silenziosa dal 4 dicembre.
Poi ci siamo noi, militanti in un partito giovane nato con grandi ambizioni e radici profondissime, che abbiamo deciso di prendere un impegno e ci siamo iscritti ad un partito e non mastichiamo amaro di fronte a chi disgustato storce il naso perché abbiamo avuto il coraggio di parlare di politica stando dentro un partito e non siamo disposti ad abbassare lo sguardo perché abbiamo qualcosa in cui credere.
Ritengo inutile ascoltare chi si candida a guidare la Sinistra e poi parla di coalizione di Centro Sinistra. Il vocabolo Sinistra, per me non è emendabile, così come non sono emendabili i suoi principi.
Così come non può portare fortuna alla sinistra riesumare le ‘Cariatidi’, anche il giovanilismo tanto sbandierato come risorsa oggi è ugualmente una pericolosa forzatura. Proprio noi, dentro Sinistra Italiana abbiamo visto vorticosi passi di valzer, energicamente proporzionali all’ età di giovanissimi arrivisti che opportunamente hanno cambiato casacca perché non sono riusciti a rubare il pallone prima dell’inizio della partita.
Io, ho quasi cinquant’anni e nessuna aspirazione particolare, voglio solo un partito da votare domani e Sinistra Italiana per questo non l’ho mai intesa come un esperimento da aggiustare in corsa, per me restano saldi i punti fondanti contenuti nel documento uscito dal congresso di Rimini.
Per questo credo che la fascinazione della sicurezza, del ricordo vivo, ancora sognato e rimpianto di ciò che fu il Centro Sinistra, faccia breccia non solo su chi ha memoria breve per la disperazione e non ama l’incertezza del mare aperto, ma soprattutto su chi ha fatto un mero calcolo matematico di opportunità e perciò è disposto ad accettare di rimangiarsi a grandi bocconi le scelte di un passato che si è rivelato di tragico fallimento.
Bisogna per questo prestare attenzione a chi si sceglie come compagno di lotta per governare. Non possiamo dimenticare che c’è sempre il disagio di quella zona grigia, del non detto fino in fondo a prevalere e a creare il sospetto, vissuto da chi subisce questa scelta, ovvero i militanti di base. Quella base che dovrebbe essere il principio di tutto ma che si trova disarmata mentre sta costruendo con fatica e impegno il suo percorso identitario.
A Livorno si dice che ‘per forza non si fa nemmeno l’aceto’. Ed è vero, ognuno è quel che è e mal si assoggetta alle costrizioni quando si parla di dignità e di idee che sono radicate da generazioni nella carne e nella testa di un popolo. Tenere il punto significa non abdicare né con i fatti né con le parole. Tanto è vero che nella mia città si è scelto con un atto violento di frattura di punire una sinistra che non era più degna di quel nome da molto tempo. Il 4 dicembre abbiamo seminato un campo, aiutiamolo a crescere a Sinistra .
Questa ritengo sia l’unica lotta di governo per la quale dovrà continuare con forza a spendersi Sinistra Italiana, insieme a chi condividerà questo obiettivo.
Io vorrei partire da qui.

Simona Ghinassi
Coordinatrice Sinistra Italiana – Federazione di Livorno

https://www.commo.org/post/82806/il-4-dicembre-2016-abbiamo-seminato-un-campo-aiutiamolo-a-crescere-a-sinistra/

 

 

 

Ulteriore rinvio bando Darsena Europa

Sinistra Italiana – Federazione di Livorno apprende con incredulità l’ulteriore slittamento del bando Darsena Europa a fine settembre.
Molti mesi sono stati quindi buttati al vento, con la scusa di ‘aggiustare il tiro’ dal momento che ci sono cose da approfondire e modificare all’interno del testo del bando.

Se la nomina del nuovo Presidente di Autorità Portuale avrebbe dovuto risolvere e velocizzare le procedure di gara in termini di tempistica il lancio di questa operazione così importante per la città, ci accorgiamo e non ci sorprende purtroppo, che non bastano nemmeno i capitani più coraggiosi nominati direttamente da Roma a cambiare un trend consolidato.

Il viaggio in Cina del Presidente del Consiglio Gentiloni, pare non aver portato fortuna a Livorno che si vede tagliata fuori dai giochi, dopo che investitori con gli occhi a mandorla avevano già messo un’opzione importante sul porto. Ancora una volta le scelte del PD dimostrano quanto manchi la volontà politica di aiutare questa città a rialzarsi.
Che dire delle promesse del Ministro Del Rio?
Solo promesse ‘da marinaio’ che certamente non appassionano nessuno di noi di Sinistra Italiana Livorno e ricadono come un macigno sul destino della città e del Porto che la fa ancora vivere.
Ma la domanda è, quanto tempo dovremo ancora aspettare?
La crisi non aspetta le decisioni del PD.

Simona Ghinassi – Coordinatrice Federazione di Livorno

 

Nessun licenziamento Unicoop Tirreno, ora rilancio azienda

“Il raggiungimento dell’accordo tra i sindacati e Unicoop Tirreno è un dato molto positivo, soprattutto se lo osserviamo per le ricadute occupazionali che comporta. E’ importantissimo aver evitato il rischio licenziamento per ben 600 posti di lavoro, e 600 posti di lavoro significano 600 lavoratori che alle spalle hanno altrettante famiglie”, dichiara Simona Ghinassi Coordinatrice di Sinistra Italiana – Federazione di Livorno.
“Gli ammortizzatori sociali e i contratti di solidarietà permetteranno un risparmio per la cooperativa di quasi 10 milioni di euro annui, ma non posso non prendere atto che per ora sono stati i lavoratori a fare un gesto importante, un ennesimo sacrificio richiesto a loro: con il risparmio sui loro salari hanno creato le condizioni di partenza economica che consentiranno il rilancio dell’azienda.
Ora serve un piano aziendale complessivo che protegga l’impegno assunto dai lavoratori e metta al centro il ruolo di Unicoop Tirreno, tutelando il risparmio del prestito sociale dei soci e valorizzi la funzione dei punti vendita di quartiere come quello di Corea.
Nello stesso tempo speriamo ci sia la lungimiranza di costruire da parte di Unicoop Tirreno, un rapporto diverso con i lavoratori, dal momento che ormai troppo spesso accade che l’azienda salga alla ribalta sulla cronaca per provvedimenti disciplinari, poi ritenuti illegittimi, nei confronti di chi in questo momento si è messo in gioco per salvare non solo il suo posto di lavoro, ma un idea sociale di commercio, che non è solo profitto, ma vicinanza e attenzione, confermando il contenuto sano della parola cooperazione.”

Simona Ghinassi

Coordinatrice Sinistra Italiana – Federazione di Livorno

 

Esiste un’alternativa

Leggere il documento prodotto dalla Direzione Nazionale di Sinistra Italiana svoltasi a Roma questo fine settimana, fornisce a tutti noi la percezione chiara di una linea precisa. E’ la conclusione matura di un percorso congressuale che conferma non solo la bontà di questo progetto politico, ma evidenzia e sottolinea con forza quale sia e sarà il nostro ruolo ora e nel futuro.
Sinistra Italiana si candida a rappresentare nel nostro Paese un’idea di sinistra che non lascia spazio ad equivoci: la sua credibilità la giocherà sulla sua capacità di non essere sorda ai richiami della società che la circonda. Il suo sguardo non può che essere rivolto a quanto di frammentato e apparentemente disorganico si muova all’interno di essa. Si tratta di continuare a cogliere un messaggio profondo che è arrivato a seguito di un allontanamento dalle urne prima, così come da un riavvicinamento poi. La facoltà di voto, così come la rinuncia ad esso, sono le uniche armi a disposizione di cittadini che al contrario di ciò che molti continuano a pensare, sono informati e per nulla disposti a farsi plasmare scelte e modello di vita da ciò che la politica propone oggi a scatola chiusa, imponendo un salto temporale verso un passato pericolosissimo che non dimentichiamo. Ciò che è accaduto in Francia in queste ultimissime ore, dimostra quanto questa equazione sia valida a tutte le latitudini e in qualsiasi modello moderno di società occidentale.
Non vale la pena dilungarsi su cosa sia il PD oggi, la sua radice è fin troppo facile da cogliere e da condannare, l’unica cosa che conta è riaffermare a gran voce che non esiste nessuna idea praticabile di centro sinistra: la scelta da fare è fra una destra imbrattata all’occorrenza di rosso che mostra i denti sempre più ferocemente e una sinistra che abbia il coraggio di rovesciare il tavolo della discussione attraverso l’azione.
Gli attacchi frontali subiti dalla società vanno, non solo interpretati come un’offesa alla democrazia, ma come azzeramento e riduzione sistemica del diritto alla sovranità di un popolo che non ha più la libertà di autodeterminarsi. Vengono a mancare i puntelli fondamentali di esistenza stessa della parola ‘società’ nella sua eccezione semantica, dal momento che gli effetti naturali che discendono sono di cesura e chiusura nel legame spontaneo fra gli individui. Chiusura significa paura, recinto, resa incondizionata di fronte a qualcosa contro il quale, ma solo, in apparenza, siamo incapaci di lottare perché è umano volersi proteggere. Ma parole come uguaglianza, lavoro, salute, sicurezza, dignità, diritto, qualità di vita, ambiente, accoglienza, non hanno perduto il loro contenuto, non rappresentano un elenco spurio di temi asettici, ma l’esigenza di riappropriarsi di un modello specifico che ci identifica. La ricostruzione che faremo, dovrà essere chirurgica, costante, profonda e praticata con l’azione per ricongiungere quel filo sottilissimo che ancora ci lega.
Non esiste un noi e un voi.
Ogni individuo ha pari dignità e dovremo cancellare quella volontà di escludere che è il primo passo verso la liquefazione dello stato di diritto all’interno di una comunità.
Includere e accogliere, sono due verbi da praticare sui territori che diverranno il cuore pulsante del nostro messaggio politico: serve la lucidità di osservare quei segnali, quegli stimoli grandi o piccoli che si muovo in modo anche silenzioso ma profondo, andando oltre i contesti abituali nei quali la politica di sinistra si è abituata per inerzia ad accomodarsi. Così come servirà e dovremo coglierlo con gratitudine, lo sguardo attento dei disillusi, che siano sentinelle capaci di riportarci al punto qualora dovessimo smarrire il cammino.
Il confronto che inizieremo con le altre forze organizzate e non, sarà votato alla ricerca di vicinanza e mai di opportunità, diversamente cadrebbero gli obiettivi fondanti del nostro Partito.
Su questi presupposti, ciò che è emersa dal documento, è finalmente l’immagine di una sinistra che è tornata ad essere generosa, una sinistra che non solo ascolta, ma è disponibile a rischiare nella ricerca delle soluzioni, non solo per se stessa, ma per tutti, dal momento che il suo obiettivo è e dovrà continuare ad essere collettivo, attento ed affettuoso, perché non può più dimenticare chi ha di fronte e chi deve e dovrà difendere fino all’ultimo respiro che ha in corpo.

Pare un insulto oggi pensare che il 1 maggio sia una festa da celebrare

1 MAGGIO 2017

Si può riaffermare un principio, ma la rabbia supera di gran lunga la voglia di festeggiare.

Il corpo dei lavoratori è violentemente sotto attacco.

L’unico numero implacabile che va ricordato è 33.017 e corrisponde al numero di disoccupati nell’area di Livorno. Il triste primato si è aggiornato ieri con l’ennesimo licenziamento: la crisi aziendale della Grandi Molini Italiani ha lasciato sul tappeto dopo una estenuante trattativa 17 lavoratori.

17 lavoratori significano 17 famiglie.

Nessun ottimismo su un futuro che appare nero e in caduta libera.

Il neoliberismo gioca la sua partita quotidiana dando fondo alle sue implacabili regole.

E se parliamo di regole, non possiamo dimenticare l’asservimento della politica dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni nei confronti di chi detiene il potere e detta l’agenda stringendo sempre di più il cappio al collo del mondo del lavoro.

Produrre di più e pagare meno. Questa è l’unica regola.

I diritti dei lavoratori diventano carta straccia, orpello rinunciabile in nome del vertiginoso mondo della legge di mercato che non perdona nessuna debolezza e schiaccia col suo pugno chi non regge il passo al mito del profitto.

Se l’economia mondiale poggia sull’immaterialità della finanza, non significa che dietro quelle cifre, non ci siano uomini in carne e ossa. Prima lo capiremo e meglio sarà. I grandi capitali finanziari da dove derivano? Qual è il punto di partenza? Se basta un click per spostare denaro da una parte all’altra del pianeta, a questa velocità corrisponde la facoltà di decidere chi, quando e perché deve essere piegato e sacrificato in nome della produzione di ricchezza.

Un tempo la frase Terzo Mondo, indicava un continente di povertà lontano dall’Occidente. Oggi il Terzo Mondo investe il mondo nella sua globalità, proprio perché la povertà è essa stessa diventata fenomeno legato alla globalizzazione che converte al suo interno un vocabolario che non fa sconti dal quale sono state cancellate le parole diritti, uguaglianza, sicurezza, salute.

L’atteggiamento complice della politica, grava sul mondo, con enormi responsabilità soprattutto in virtù del fatto che sono le istituzioni a rinunciare alla loro sovranità e a inginocchiarsi di fronte alle leggi di un potere sempre più circoscritto fra le mani di pochi, mostrando non i denti in difesa dei cittadini che rappresentano, ma accondiscendenza e servilismo in cambio di un posto da lacchè nell’olimpo del potere.

Il nostro Paese è lo specchio evidente di questa deriva. Le scelte calate come una mannaia su cittadini e lavoratori, portano il nome di Jobs act, Fiscal Compact, TTIP, e molto altro. Per la maggior dobbiamo riferirci a ‘creazioni autoctone’ delle quali non possiamo altro che ringraziare il PD e chi lo rappresenta, d’altra parte hanno dimostrato di essere perfetti traduttori del neoliberismo convertito in salsa italiana.

Sigle, inglesismi, acronimi, incomprensibili nei contenuti ai semplici che continuano a non accorgersi che questa deriva non è colpa di un destino ineluttabile, cinico e baro, ma ha responsabili che hanno nomi e cognomi.

Solo la partecipazione alla lotta civile e democratica può cercare di scalfire questo stato di cose e una politica di Sinistra può agire come guida e dare contenuti ad una battaglia che dovremo vincere non solo per noi, ma per garantire un futuro alle generazioni che verranno.

Sinistra Italiana è una parte della Sinistra in questo Paese e si muoverà nel solco della difesa dei diritti dei cittadini e dei lavoratori. Senza abbassare la guardia, senza risparmiare attacchi e critiche feroci, produrrà proposte e azioni reali, legate a bisogni reali.

Il nostro primo maggio sarà un giorno di lotta, esattamente come gli altri 364 giorni.

Fino a quando ci sarà un solo lavoratore in difficoltà, noi saremo al suo fianco.

Simona Ghinassi

Coordinatrice Sinistra Italiana – Federazione di Livorno

25 Aprile 2017

Ore 09.30. Piazza della Vittoria ma i livornesi la chiamano ancora Magenta…
Ho appuntamento con i Compagni per partecipare alla cerimonia della Liberazione.
Scarico le bandiere dall’auto. C’è anche la bandiera della pace, servirà.
Mi incammino in quella che è ormai la piazza di Livorno che preferisco.
Mi ricorda il parco della rimembranza nel giardino della scuola dove ho frequentato le elementari. Un leccio per ogni uomo caduto. Giocavo ai quattro cantoni e mi appoggiavo a quelle anime e le sentivo. Erano grandi alberi che non riuscivo ad abbracciare.
Ora quegli alberi non ci sono più.
Questa piazza è invece piena di alberi e non è difficile parlare di Resistenza oggi, e ritrovare qui, vicine a noi, quelle stesse anime.
Resistere è diventato per noi naturale come respirare perché non ci siamo arresi al principio della rana bollita di Chomsky.
Non è necessario quel salto temporale che ci riporti a quella parola e a ciò che ci hanno insegnato fin da bambini.
La cura del seme democratico che è stato piantato in ognuno di noi, ha fatto crescere quel sentimento di appartenenza e di riconoscenza che ha padri e madri nei racconti ascoltati immaginando gli orrori di quella maledetta guerra che non abbiamo fortunatamente vissuto.
Oggi piazza della Vittoria era piena di bandiere, erano diverse ma avevano lo stesso fondo rosso vivo del sangue partigiano; lo stesso colore che dovrebbe risvegliare le coscienze verso le dolorose morti di oggi; sono i ‘partigiani’ che non ce l’hanno fatta attraversando un braccio di mare o che sono morti difendendosi a mani nude contro giganti troppo forti per loro.
Abbiamo pensato a loro mentre il vento a raffiche faceva sventolare quelle bandiere nell’aria insieme. Una bandiera non è un pezzo di stoffa qualsiasi, ma vale molto di più. Non è omologazione, ma coraggiosa appartenenza a un’idea di vita, dalla quale discende uno stile di comportamento che non ci permette di essere diversi da ciò che abbiamo nel cuore.
Nessuna polemica oggi, nessuna parola fuori tono. Livorno, riesce a sorprendermi, gli annunci della cronaca nazionale, fortunatamente, qui, sono spesso disattesi. Mancava qualche voce al coro resistente, ma è stata un’assenza più che naturale ormai, quasi giustificata, per una storia diversa che ha ormai percorso troppi passi nella direzione sbagliata per poter essere perdonata.
Non mancavamo noi, perché Sinistra Italiana ha un tronco giovane ma radici solide, profonde, e ha fatto della Resistenza non un simbolo, ma un sentiero dove camminare uniti.
Resistere oggi significa tornare a lottare su tutti i fronti contro chi vuole un modello di società non più degno di questo nome. Cancellare le parole diritti, lavoro, conoscenza, uguaglianza, significa distruggere la dignità di persone in carne e ossa, ferirle al punto da farle soccombere, oppure, metterle le une contro le altre per dividerle e colpirle meglio.
Resistere è una negazione, una non accettazione di ciò che stiamo vivendo, per questo non ‘renderemo le armi’ alla deriva.
Siamo compagni e non c’è niente di più bello di sentire che è e sarà davvero così, ogni giorno cercheremo di non dimenticare i sacrifici di chi ci ha regalato con la sua vita, la nostra libertà di oggi. Dovremo dimostrare tutti di averla meritata.
Della giornata di oggi non resteranno solo fotografie che col tempo sbiadiranno, abbiamo un compito davanti e se non cambieremo la storia, lavorando insieme, proveremo a cambiare il modo di guardare il futuro.
Buon 25 aprile Resistente!

Intervento congresso federazione

Care compagne e cari compagni,

Antonio Gramsci diceva che  “L’indifferenza è il peso morto della storia”, ebbene, noi non siamo indifferenti, non lo saremo per chi ci è seduto accanto o per chi verrà dopo di noi.

Sinistra Italiana è un’ occasione di riscatto, l’ultima disponibile e non possiamo arrenderci agli ostacoli che troveremo sul nostro cammino. Non possiamo rinunciare a sperare di cambiare con la lotta e con l’impegno civile il ritorno all’essenza delle cose.

E’ necessario riappropriarsi delle battaglie di chi ci ha regalato una libertà che a volte non abbiamo saputo gestire e meritare.

La sinistra per come la intendiamo noi, sopravvive nei bisogni che chiedono ascolto ogni giorno nella società, in mezzo alle pieghe più dure di un’esistenza divenuta ormai troppo difficile che mette generazioni, popoli e anime le une contro le altre.

Qual è la risposta a tutto questo? Serve recuperare un vocabolario che non si è estinto. Che sia comprensibile, attento ai simboli che rappresenta ma soprattutto attento alle domande che abbiamo smesso di porci pensando che la Sinistra,  potesse continuare a vivere per inerzia.

Serve azione, serve il coraggio di ammettere che abbiamo sbagliato ma che siamo pronti a riprovarci camminando con umiltà su un percorso diverso che torni ad ascoltare e a guardare chi non guardiamo e non ascoltiamo più ma c’è e ci sta aspettando.

Il popolo che non vota ci fa paura, ma solo perché non si riconosce più in noi, per questo dobbiamo uscire dalla torre d’avorio e andare insieme a lui nelle strade e nelle piazze!

Le parole della sinistra devono tornare prepotentemente nell’aria e non essere sussurrate a bassa voce. Abbiamo ancora in tasca gli errori che serviranno a non sbagliare più per far crescere una nuova generazione di uomini e donne che con fiducia, ma anche con rabbia, vogliono tornare ora ad essere padroni della loro vita, per vivere e non sopravvivere. Aspirare al futuro è un diritto, non un privilegio. Per questo la precarietà dell’esistenza va cancellata e risolta.

La società nella quale viviamo non è un’azienda e per questo il modello Marchionne che è diventato un modello di vita non possiamo accettarlo!

Divenire marginali accade alle persone, così come accade ad un territorio e tale marginalità finisce per togliere depotenziando,  autonomia, sviluppo e condizioni di tutela alle persone e alle cose.

In quest’ottica, la Costa non è territorio di conquista, mentre la Regione la sta trattando come laboratorio sperimentale dove misurare la ‘resistenza umana’ dove i diritti sono stati strappati dal cuore delle città e noi possiamo solo combattere a mani nude.

Le nostre città così come il territorio nel quale viviamo è generato dalle azioni di chi lo vive, come somma di bisogni simili e di vocazioni altrettanto simili, con alcune specificità che ne determinano caso per caso, risorse e debolezze anch’esse simili.

Complessivamente si tratta di un territorio morfologicamente abbastanza uniforme che quindi gode di propensioni simili.

Il mare è da sempre la risorsa più importante che ha determinato e non solo in epoca moderna, l’andamento economico e di  sviluppo delle attività più importanti. I porti di Livorno e Piombino,  hanno costituito per decenni un volano di sviluppo che ha contribuito a far crescere la cultura industriale e ha in qualche modo trainato tutta la costa.

Non è un caso che l’industria nella lavorazione di materie prime, abbia trovato grossi finanziamenti dallo Stato e ciò ne abbia condizionato poi la sopravvivenza fino ai giorni nostri. Oggi le grandi aziende ex statali sono diventate vuote cattedrali nel deserto, così come le aziende private che hanno avuto un glorioso passato, legate alla meccanica e alla chimica, sono state progressivamente de localizzate a causa di costi di gestione apparentemente troppo alti, handicap logistici,  guasti infrastrutturali e inefficienza che non risponde più alle leggi implacabili del neoliberismo ormai diffuso e praticato. Le attività fuori controllo, ai limiti della legalità sugli appalti da parte di chi detiene  il potere delle grandi lobbies, dove si è abdicato anche sulla sicurezza dei lavoratori con la scusa di un lavoro a tutti i costi, hanno contribuito alla fuga per interesse.

Un vero e proprio ricatto sociale che ha reso il quadro disastroso dal punto di vista del lavoro come risorsa per un territorio e come diritto per chi lo pratica.

Lo spostamento del baricentro produttivo dove la manodopera costa meno ha avuto ricadute molto rilevanti sui livelli di occupazione.

Petrolchimica e industria del ferro, sono in grandissima sofferenza.

Mentre l’obsolescenza delle strutture portuali e la mancanza di fondi per l’ammodernamento bloccato da gare d’appalto infinite, legate anche qui a logiche di spartizione del potere, impedisce piani di sviluppo preventivo e di conseguenza un radicamento efficace dell’indotto.

Sarà un caso, ma le Autorità Portuali sono le istituzioni più commissariate in tutto il paese e su questo sarebbe utile fare una riflessione dal momento che Livorno sulla carta condivide questo organismo con Piombino ma le attività relative non sono mai state messe a sistema, anzi poste continuamente in competizione. L’impoverimento delle attività produttive soprattutto a Piombino impone un cambio di rotta per salvare il salvabile di ciò che resta. Molte sono le lotte sindacali in atto in provincia, qualche battaglia vinta, molte quelle purtroppo perse.

Le parole d’ordine sono ‘bonifica ambientale, riconversione e potenziamento del manifatturiero’, che potrebbero produrre occupazione proponendo un nuovo modello di crescita.

Ma quale riconversione è possibile?

La rinascita complessiva di un’economia circolare improntata sulla capacità del know how disponibile, ricercando oltre i confini della nostra provincia esperienze di eccellenza tecnico scientifica legate alla blue green economy, avrebbe ricadute efficaci in termini di ritorno economico, vivibilità, fruibilità e appetibilità e di conseguenza potrebbe attivare e attirare nuovi investitori obbligati alla consapevolezza di agire in un territorio da tutelare anche attraverso il lavoro.

In questa chiave, le amministrazioni locali devono iniziare ad imporre non solo verifiche, ma accelerare le procedure e facilitare gli investimenti ponendo condizioni praticabili e convenienti senza svendere il territorio o mettere in predicato la salute dei cittadini, creando le migliori condizioni per far convivere interessi privati e esigenze pubbliche nel pieno rispetto della legge.

Non possiamo affidarci alle false promesse studiate ad hoc per per tacitare il dissenso, per colmare la sofferenza e l’insofferenza dovuta alla crisi.

La costa Toscana deve pretendere e chiedere di più a chi la governa da Firenze senza conoscerla.

Il ritorno alla dimensione di sviluppo del manifatturiero, della piccola e media impresa è la strada più attuabile e deve accompagnarsi ad un nuovo tipo di insediamento produttivo sostenibile, che  per dimensione e attitudini sia legato alle vocazioni del territorio, quindi la trasformazione deve accompagnarsi a ciò che già esiste e sta rischiando di scomparire. In quest’ottica, agroalimentare e turismo assumono una rilevanza straordinaria per risollevare con l’eccellenza dell’offerta che proviene dalle economie locali, un nuovo bacino di ricchezza.

Non ultimo, va pensato un atto di trasformazione versato a modalità sostenibili anche nella gestione di servizi integrati e mi riferisco al ciclo dei rifiuti così come alla gestione attenta degli sprechi di risorse fondamentali come l’acqua che è un bene pubblico e come tale va equamente distribuito, gestito e mai sprecato nel rispetto dei referendum del 2011 che hanno sancito che l’acqua è un bene pubblico.

Lo sviluppo del turismo sulla costa toscana, ha da sempre avuto un andamento discontinuo e non omogeneo nonostante le grandi potenzialità offerte dal territorio naturale.

Le attività legate a questo specifico settore si sono ristrette a luoghi specifici e complessivamente non esiste una rete di collegamento che metta in connessione le risorse disponibili e ciò ha creato forti scompensi dove non è mai stata valutata di fatto un’alternativa di sviluppo.

Realtà come l’Elba e le altre isole dell’arcipelago, sopravvivono grazie al turismo, ma ciò ha comportato una contrazione delle altre attività produttive, comprese quelle legate ai servizi,  con gap strutturali che ne hanno condizionato uno sviluppo organico soddisfacente.

Il livello qualitativo dell’offerta va aumentato, deve andare oltre la stagionalità, infatti servirebbe un economia a tempo pieno, non dimentichiamo che la stagionalità è uno dei fattori che favoriscono instabilità nel mercato del lavoro favorendo la proliferazione della politica dei voucher, che incide soprattutto nell’offerta di lavoro alle giovani generazioni.

Altro punto importante per il decollo delle attività turistiche è il rilancio di quei luoghi di grande importanza storico artistica e naturalistica a oggi ancora fuori dai circuiti noti dei tour operator.

Le nostre eccellenze monumentali e artistiche vanno recuperate e serve restituire loro dignità e importanza strategica nei confronti di un tipo di turismo diverso dal mordi e fuggi, che sia più consapevole e legato alla storia dei borghi, delle pinete e delle spiagge oltre che degli insediamenti archeologici presenti.

La rivoluzione va quindi pensata dal punto di vista culturale oltre che politico e deve essere messa in campo in ogni settore come leva, come risorsa viva alla quale attingere.

La pretesa di ascolto e investimenti deve arrivare per diritto acquisito al Governo Regionale, come avviene altrove in territori dove la fedeltà e la pratica dell’inchino al potere è costante, ma sulla base di progetti di reale cambiamento che sia radicale e abbia una ricaduta collettiva, per questo serve creare un legame di corrispondenza fra addetti di qualità in ogni ambito produttivo.

Attivare una riconversione  può avvenire solo attraverso la formazione collegata ai bisogni del territorio e al recupero di comportamenti e atteggiamenti diversi, non servili e accomodanti nei confronti di scelte di opportunità per pochi, ma che devono nascere da un’ idea collettiva proposta dalla comunità che vive in quel contesto.

L’esigenza di cultura  del territorio passa attraverso una ‘rieducazione degli occhi e della mente’ per questo deve essere inserita nell’elenco delle priorità, puntare sulle eccellenze e recuperare la storia è il primo punto di partenza.

Ignorare ciò che ci circonda ci rende deboli, mentre recuperare la connessione culturale può aiutare la società ad aprirsi e ad essere non tollerante, ma accogliente nei confronti della diversità favorendo quell’integrazione a oggi ritenuta impossibile ma essenzialmente dovuta alla mancanza di un paracadute disponibile per tutti.

Benessere diffuso, genera tranquillità sociale e se si parla di benessere diffuso non si può prescindere da tutte quelle attività annesse alla cura e alla salute delle persone messe in ginocchio dalle scelte regionali che hanno distrutto il servizio sanitario capillare sui territori.

Migliaia di persone sono costrette rinunciare al diritto di curarsi e a non avere assistenza perché oltre a mancare  posti letto, sono stati chiusi gli ospedali a seguito di accorpamenti e scellerati contenimenti di spesa. Non esistono più tempi per i protocolli di prevenzione e cura accettabili ed efficaci dal momento che la scelta è stata di smantellare colpo su colpo la sanità pubblica per dare sostegno e risorse a quella privata.

Il  trend negativo sulla quota assistenziale pro capite significa che può curarsi solo chi può permetterselo pagando. Non sono bastate le petizioni e le raccolte di firme a far cambiare idea al ‘Signor Rossi illuminato sulla via di Damasco dalla luce del socialismo’.

Noi, continueremo nella lotta.

Ci sono molte cose che vorrei ancora dire, ma voglio spendere gli ultimi minuti che mi restano, per spiegare quale tipo di struttura e quale metodo il lavoro sarebbe per noi indispensabile adottare per raggiungere gli obiettivi che ci siamo dati per far crescere Sinistra Italiana sul nostro territorio provinciale e risolvere le contingenze che limitano la nostra capacità di essere cittadini.

La sua struttura dovrebbe essere snella, di collegamento con i territori che la compongono, d’altronde il cuore pulsante di Sinistra Italiana è nei circoli territoriali che nasceranno dopo il passaggio del Congresso Regionale entro la fine del mese di aprile.

La sua funzione sarebbe di supporto continuo non impositivo ma in grado di  proporre sintesi politica e progettuale per coadiuvare processi di sviluppo senza interferire sulla sovranità e sull’identità degli specifici luoghi oggetto di discussione.

Nessuna scelta dovrebbe calare dall’alto o essere data per scontata. La rispettiva autonomia dei circoli garantita dalla presenza di una direzione provinciale, quella che abbiamo eletto oggi,  sarebbe partecipata dai singoli coordinatori dei circoli territoriali, dove ognuno diverrebbe portatore responsabile della voce dei suoi iscritti avendo ugual peso nelle decisioni a prescindere dai numeri degli aderenti ai circoli corrispondenti.

La risoluzione dei problemi verrebbe affrontata con un confronto diretto ove servisse, dal momento che le dinamiche del passato ci impongono un cambio di rotta anche sulle procedure di condivisione:  le riunioni si dovrebbero tenere nei circoli territoriali per prendere visione direttamente dei problemi locali. Sarebbe un modo utile per rendere collettiva la condivisione di un’identità territoriale, emergerebbe così un capitale di esperienza, di conoscenza e di soluzioni da utilizzare.

Le informazioni sarebbero divulgate e partecipate a tutti i membri della direzione, ma solo dopo gli opportuni passaggi nei rispettivi circoli fra gli iscritti.

Anche la Federazione Provinciale potrebbe avvalersi di competenze esterne così come da Statuto, per trasferire soluzioni e suggerire progetti che concorrano alla soluzione di problemi di difficile sviluppo, ma sempre nei limiti e nel rispetto della linea politica di Sinistra Italiana.

Il Tesoriere nominato dovrebbe avere una funzione non solo amministrativa nella gestione dei beni della Federazione Provinciale che appartengono a tutti gli iscritti, ma svolgerebbe il suo ruolo nell’organizzazione e gestione delle risorse individuando le scelte strategiche dal punto di vista economico finanziario anche nella ricerca di sottoscrizioni, sponsor per le manifestazioni di Sinistra Italiana, sempre e comunque difendendo le posizioni del Partito con la massima attenzione e  trasparenza.

Abbiamo la fortuna di avere all’interno della nostra Federazione, un componente della Direzione Nazionale di SI e pertanto la sua presenza sarà preziosa per il collegamento diretto con gli organismi nazionali e per trasferire sui territori le linee politiche maturate in seno alla Direzione Nazionale.

Inoltre, cosa di notevole importanza, avendo questa assemblea recepito il documento condiviso con la Federazione di Grosseto e il Coordinamento di Pisa in merito ad un percorso di costruzione strategica comune auspichiamo la cadenza regolare di incontri con invito permanente ai coordinatori, o chi per loro, alla partecipazione attiva delle discussioni in ambito interprovinciale relative ai temi contenuti nel documento approvato oggi.

Ritengo personalmente che un territorio ampio vada gestito con ampia partecipazione e ampio consenso da parte di chi lo vive, questa è la sola strada per praticare la democrazia.

Il motto ‘divide et impera’ non ci apparterrà mai.

Ora e domani il noi sarà sempre più importante dell’io.

intervento SG congresso federazione
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